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Il Giornale delle parole

Care amiche e cari amici,

l’esperienza che abbiamo vissuto negli ultimi mesi ci ha motivato ad approfondire insieme il senso di alcune parole che abbiamo scelto in relazione all’arte, alla natura e alla musica: ci è sembrato un modo per ricollegarci al domani, per uscire dall’immobilità, per rendere vivo il tempo sospeso.
Qui potete leggere le parole che ci hanno accompagnato e che continueranno a farlo, nelle prossime settimane.

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Le parole

In oltre dieci anni di attività espositiva ci è capitato spesso che le opere che hanno trovato posto nelle nostre sale ci sorprendessero: per la loro bellezza, per la loro storia, per l’importanza del loro autore o della loro autrice.

Ci è capitato con Raffaello, Guido Reni, Rubens; con le tavolette di pioppo cariche di luce di Beato Angelico; con i tagli di Fontana, con Burri; con Caravaggio e con Tiepolo. E poi con Melotti, Hartung, Dubuffet. Difficile ricordarli tutti e inutile trasformarli in un elenco, magari in ordine cronologico o alfabetico.

Molto spesso la sorpresa è stata la possibilità di dialogo offerta dalle opere stesse con il contemporaneo, con noi.
L’opera d’arte si accresce di ogni possibile interpretazione e si lascia interpretare, riduce le distanze con noi, senza perdere la propria molteplice identità. Ha un suo linguaggio e un suo contesto ma ha anche la facoltà di porre domande su altri contesti e su altri tempi.
Cercare la relazione con l’opera è un modo di porsi domande sempre nuove sul presente e di accorciare la distanza che spesso ci separa dall’opera stessa e, forse, da noi.

La declinazione di questo dialogo personale avviene anche nel rapporto con la Natura, che diventa paradigma del nostro vivere.

 

Sabato 21 marzo

Distanza

Quest’immagine dei bambù del Parco, in cui i fusti sono inquadrati dal basso, ci riporta al senso pittorico della prospettiva. All’infinito, tendono a congiungersi, a convergere tutti verso la luce del sole. Nella realtà i bambù sono linee parallele che non si sfiorano.

Nella loro distanza c’è l’identità botanica del bosco: la relazione non è nel contatto, è nella solidarietà, nella comune tensione verso l’alto.

Un albero o una pianta hanno il loro posto dalla nascita: forse, cambiando prospettiva, è possibile dimenticare le distanze e scoprire un nuovo movimento.

 

 

Futuro

Guardarsi. Due persone che si guardano escludono tutto il resto, anche l’altrui guardare il loro guardarsi.
Due persone che si guardano sono specchi di tempi differenti. Il futuro, il domani è nello sguardo dell’altro.
Una mamma sembra guardare il suo futuro negli occhi di un bimbo, che sorride al presente.
E’ come un esercizio: sedersi di fronte a una persona e guardarla negli occhi.
Serve del tempo per interrompere le risate, l’imbarazzo, le finzioni che costruiamo o comunichiamo. Talvolta così, gli occhi negli occhi, per un attimo, presente e futuro si confondono, l’altrui con il nostro.

 

 

Giovedì 26 marzo

Silenzio

“La Maverick Concert Hall è un’incantevole sala da concerto all’aperto, situata poco a sud di Woodstock, nello stato di New York, edificata in stile rustico in modo da fondersi con l’ambiente naturale. I posti all’aperto sono più o meno quanti quelli all’interno. Querce, abeti canadesi, tsuga e noci bianchi d’America s’intromettono dolcemente nello spazio d’ascolto.
L’evento più famoso nella storia delle stagioni concertistiche alla Maverick si tenne la sera del 29 agosto 1952: la prima di 4’33” di John Cage. Il pianista David Tudor si sedette al pianoforte sul piccolo palco di legno rialzato, chiuse il coperchio della tastiera e guardò un cronometro. Per due volte, nei successivi quattro minuti, alzò il coperchio e lo riabbassò, facendo attenzione a non fare rumore, benché girasse anche le pagine dello spartito, che erano prive di note.
Ciò che il pubblico ascoltò non era puro silenzio. Diversi anni più tardi, Cage descrisse i suoni sentiti durante la performance del 1952: “Durante il primo movimento si poteva sentire il vento che soffiava fuori. Nel secondo, delle gocce di pioggia cominciarono a tamburellare sul soffitto, e durante il terzo, infine, fu il pubblico stesso a produrre tutta una serie di suoni interessantissimi, quando alcuni parlavano o se ne andavano. Nessuno rise, si irritarono quando si accorsero che non sarebbe accaduto nulla”.
Secondo Cage si trattava di un atto di framing, un incorniciare o racchiudere i suoni ambientali e involontari all’interno di un momento di attenzione, in modo da schiudere la mente al fatto che tutti i suoni sono musica. Il brano implorava una nuova comprensione della musica stessa, un confondersi dei confini convenzionali fra vita e arte”.

Tratto da Kyle Gann, “Il silenzio non esiste”, Isbn Edizioni

 

 

Da dieci anni il Castello di Miradolo ospita dei concerti.
Appuntamenti fissi, quasi rituali. La musica riempie le sale o il parco. Gli esecutori, distanti tra loro, suonano insieme senza vedersi. Una infrastruttura tecnica complessa tiene le fila di tutto, senza invadere le architetture o gli spazi. Il pubblico si muove, cammina, si aggrega in piccoli gruppi o cerca la solitudine dell’ascolto. Non ci sono sedie, quasi mai.
La musica è linguaggio del tempo e nel tempo. Ci gioca, lo affretta o sembra fermarlo.
I concerti, riflettendoci oggi, sono il tempo in cui la musica accade, il tempo che la musica si prende con noi, che lo spendiamo o lo investiamo insieme agli altri. Pubblico, esecutori, non cambia.
E’ molto difficile scrivere di musica, sempre. E’ ancora più difficile in questo silenzio.
In questi giorni si può lavorare a partiture nuove, si può studiare, si può apprezzare la bellezza dell’artigianato sullo strumento. Si possono immaginare molte cose. Si può perfino ascoltare musica.

Le parole di John Cage sono un invito ad ascoltare la musica nel silenzio di questi giorni, un silenzio differente da quello quotidiano a cui siamo abituati.

 

 

Cage amava molto Erik Satie, un compositore con uno stravagante senso dell’umorismo, una figura ai margini della musica classica della Parigi dei primi del ‘900 che si guadagnava da vivere come pianista di cabaret.

4’33” deve molto a una serie di brani composti da Satie tra il 1917 e il 1923 e raccolti sotto il nome di musique d’ameublement (musica d’arredamento o musica di tappezzeria). L’intenzione del suo autore era quella di creare una musica che “facesse parte dei rumori dell’ambiente in cui viene diffusa, che riempisse i silenzi”.
Un brano di Satie dà anche il nome al progetto artistico in residence al Castello di Miradolo: Avant-dernière pensée, il penultimo pensiero.
Il pensiero dei concerti, oggi, è il penultimo: oggi, nelle sale del Castello o nel Parco, c’è il silenzio.
Un silenzio denso da ascoltare, e che forse già conserva la musica che verrà.

Raccontateci i vosti 4’33” di silenzio in queste giornate: cosa sentite?

 

 

Giovedì 2 aprile

Casa

Una settimana (One Week) segna l’esordio di Buster Keaton, nel 1920, come sceneggiatore e regista. Il cortometraggio, di cui Keaton è anche protagonista, racconta le disavventure di due giovani sposi che, come dono di nozze, ricevono una casa “fai da te” che, secondo le istruzioni, può essere costruita in una settimana.

Un pretendente rifiutato cambia la numerazione delle casse in cui sono contenuti i pezzi della casa stessa e Keaton si ritrova così alle prese con l’assemblaggio di un edificio impossibile.
C’è meccanicità in Keaton, nella sua gestualità e nel suo “corpo a corpo” con gli oggetti.
Tuttavia c’è anche un’infinita malinconia, una dolcissima poesia negli sguardi che il protagonista riserva non soltanto all’innamorata, ma alla casa stessa, all’oggetto del suo lavoro.
Quella tenerezza, così umana, è la stessa con cui Keaton regista “guarda” gli inciampi del suo personaggio al di là della macchina da presa e che, d’incanto, ci ritroviamo ad avere anche noi.

La parola “casa” diventa spesso il complemento oggetto di azioni differenti: cambiare, ristrutturare, riordinare, pulire, arredare.
Oppure si trasforma in complemento di moto o di stato in luogo: andare, restare, tornare.

Nulla di ciò che si vede nei film di Buster Keaton potrebbe accadere nella realtà; tutto è impossibile, la declinazione delle azioni, i soggetti. Anche una casa.

Lo sguardo di Keaton è un “capitombolo” sulle cose, come sembra ricordarci il suo nomignolo, Buster, affibbiatogli da Houdini quando aveva solo cinque anni.
Non si posa mai, “inciampa” e cambia le prospettive.
Anche su ciò che abbiamo sempre davanti ai nostri occhi.

Raccontateci qualcosa della vostra casa: quali parole per descriverla?

 

 

Sabato 11 aprile

Cercare

La parola di questa settimana è “cercare”.
La scelta è nata dalla ricerca di una parola che potesse raccontare o racchiudere un pezzo, anche piccolo, di questi giorni.
Giorni di attesa, di vigilia, di preoccupazione, di speranza.
Da cui arriviamo, cui andiamo incontro.

Questa settimana ci è sembrato che una parola soltanto non potesse bastare.
Le possibilità sono sembrate infinite e “cercare” è ciò che facciamo proprio quando, tra infinite possibilità, sentiamo che ce n’è una – proprio quella – tra le tante.
“Cercare” è quando perdiamo qualcosa, ma ciò che ci muove è il pensiero di non averla smarrita.
In questi tempi, “cercare” spesso equivale a “provare”.

In questo periodo stiamo cercando – o provando – altri modi o altre possibilità di e per “fare cultura”, ci stiamo interrogando sui mezzi che usiamo, stiamo indagando i contenuti da altre prospettive.
Anche il pensiero che un luogo – questo luogo – diventi racconto – diventi “parole” – è una di queste riflessioni, così come è una speranza che questo racconto si possa arricchire di parole sempre nuove.

Con le nostre parole, che scriviamo ogni settimana, cerchiamo altre parole.
“Cercare” è una condizione di “tensione”, è un verbo all’infinito.

Vi chiediamo di scriverci un altro verbo, anch’esso all’infinito, che possa seguire la nostra parola di questa settimana.
Immaginando un racconto – o un luogo – da scrivere insieme.

 

Venerdì 17 aprile

Attesa

Ogni settimana cerchiamo una parola che possa legarsi, in qualche modo, al presente.
A questo presente.
Abbraccio, distanza, silenzio, casa, cercare.
Attorno a ciascuna di queste parole, altre parole – anche le vostre – costruiscono frasi o versi, indagano significati differenti, interpretano possibilità a volte note, altre volte inaspettate o impreviste.
Ogni parola suggerisce altre parole, ma anche immagini, film, letture, giochi.

Questa settimana vorremmo consigliarvi l’ascolto di un album: Ambient 1: Music for airports di Brian Eno. Questo album, nato nel 1978 non per accompagnare immagini ma spazi, può essere considerato la prima espressione di ambient music, in continuità con la musique d’ameublement di Erik Satie e con le sperimentazioni di John Cage.
Scrive Brian Eno: “Un ambiente è definito come un’atmosfera o un’influenza circostante: una tinta. La mia intenzione è di produrre pezzi originali per momenti e situazioni particolari, al fine di costruire un catalogo di musica ambientale adatto a un’ampia varietà di stati d’animo e atmosfere”.

Un’atmosfera, un’influenza circostante, una tinta. Uno stato d’animo.
Quali sono gli stati d’animo dell’attesa, le sue atmosfere, le sue influenze? Le sue tinte?
Brian Eno concepì questo lavoro durante una lunga attesa all’aeroporto di Colonia.
Ciascuno di noi, probabilmente, ha una propria immagine o un proprio ricordo dell’attesa negli aeroporti. Grandi vetrate che inondano di luce file ordinate di sedie vincolate le une alle altre e che si mostrano come il sipario asettico dei passi di danza degli aerei in manovra che si preparano al decollo. Silhouettes in controluce dalle andature differenti che trascinano piccole o grandi valigie più o meno rumorose, pronte a fermarsi di scatto al segnale di un altoparlante monotono che indica codici, orari e città. Sguardi sugli orologi, sui telefoni, sui giornali. Routines di viaggio.

Le note – poche – di Ambient 1 scorrono ripetitive; l’ascolto prima si diluisce tra pianoforti, voci e synth che trasformano il “passare” del tempo in “scorrere” e poi si sposta da “fuori” – ciò che ascoltiamo attorno a noi – a “dentro” – ciò che sentiamo.
“Una delle cose che la musica può fare è distorcere la tua percezione del tempo in modo che non ti interessi realmente se le cose scivolano via o si alterano in qualche modo”, scrive ancora Brian Eno.
Questo album non spiega l’attesa, non la racconta, fa qualcos’altro: le restituisce un luogo proprio, pittorico e mentale.

Qual è la vostra musica di questi giorni? Qual è il vostro spazio d’attesa?

 

Lunedì 27 aprile

Strada

Questa settimana scriviamo di strada, della prospettiva della strada.

Nel 1967 l’artista Richard Long traccia una linea calpestando ripetutamente l’erba di un prato. A line Made by Walking è un segno sul terreno, una scultura assente ma anche una forma di architettura.
Spesso la strada è la prospettiva da cui osserviamo ciò che ci circonda.
Quando camminiamo, guardiamo per terra dove mettiamo i piedi, in alto, verso il cielo, per capire se pioverà, a destra e a sinistra prima di attraversare, indichiamo a qualcuno che ci è accanto qualcosa in lontananza, leggiamo un manifesto, affrettiamo il passo e il paesaggio sembra più veloce, respiriamo a fondo profumi complessi.
Anche quando ci fermiamo, in strada, a parlare con qualcuno, a controllare in quale tasca sono le chiavi, le azioni attorno a noi continuano ad avere un movimento proprio, ad accadere in prospettiva: il riflesso dei passanti nelle vetrine, un gatto che scivola via, un’auto che intona il suo suono con la nostra vicinanza.
Le stesse azioni, in un luogo diverso dalla strada, è come se non conservassero la stessa tensione dell’andare.

“La radice anglosassone di road è ride (antico inglese da ridan, passaggio da un luogo a un altro). In questo senso corrisponde alla parola francese rue. La parola street deriva invece dal latino sternere, “pavimentare”, ed è legata alle parole con radice str, che si riferiscono al costruire”. (Joseph Rykwert, La strada: utilità della sua storia, 1982).

È forse per questo che questa settimana scriviamo di strada: perché, insieme alla tensione dell’andare, in questi giorni ci capita di pensare, quando guardiamo dalla finestra o al di là del giardino quel segno scuro, alla prospettiva, a volte nascosta, del costruire.

Raccontateci la vostra strada, quella che state guardando dalla finestra o che portate nel cuore.

 

Venerdì 8 maggio

Lavoro

In questo periodo stiamo riflettendo molto sul nostro lavoro.
Su come stia cambiando e su come cambierà, sulle sfide che ci attendono, sui modi che, inevitabilmente, tracceranno identità nuove e possibilità inaspettate.
Stiamo pensando alle difficoltà che incontreremo in un contesto differente, a come provare ad essere, insieme, propositivi e riflessivi.
Urgenza e calma.

Le identità mutano, a volte con fatica.
L’etimologia della parola lavoro si riconduce al latino labor, fatica.
È come se, insieme, nel lavoro si percorressero due strade parallele e necessarie: il fare, l’esercizio quotidiano e costante che non si può interrompere e il pensare, la prospettiva progettuale che, a volte, ha bisogno di tempo.
Il lavoro, forse, è insieme presente continuo e futuro prossimo e remoto.

Il nostro lavoro è fare, ma è anche pensare al nostro lavoro.
Non è un gioco di parole, è ciò che, forse, richiede il fare cultura: fare cultura è anche pensare – o ripensare – cultura.
Cultura, da col?re, coltivare.
Con urgenza e calma.
Con fatica e fiducia.

 

Lunedì 18 maggio

Imparare

La parola di questa settimana è imparare.
Impariamo sempre, toccando la carta del giornale prima ancora di leggere ciò che c’è scritto, guardando il cielo e decifrando le forme delle nuvole o delle costellazioni, leggendo un libro, fermandoci a pensare, ascoltando un racconto nuovo o che già conosciamo a memoria.
Impariamo quando parliamo con qualcuno e sappiamo in anticipo cosa ci dirà, impariamo quando ci stupiamo della forma che diamo, con le parole, a un pensiero che incontriamo e che non possediamo.

Impariamo quando siamo davanti a un quadro, quando ci guardiamo allo specchio, quando la musica non è solo sottofondo; quando annusiamo l’aria, quando accarezziamo un cane, quando guardiamo un albero; in questi anni, dialogando con le studentesse e gli studenti, con i loro docenti e le loro famiglie, siamo stati studenti con loro. Stud?re significa applicarsi, studiare, ma anche desiderare.
Imparare è desiderio. È appropriazione, a volte egoistica, personale, soggettiva che però, inevitabilmente, diviene condivisa, comune, diffusa.

Cosa abbiamo imparato?
Forse, abbiamo imparato a non farci questa domanda troppo presto.
Imparare non è un’azione funzionale. Imparare non è misurare ciò che sappiamo, non è rispondere correttamente, non è trovare una soluzione, non è dire la cosa giusta.
Imparare, forse, è riconoscere in ogni occasione l’opportunità, straordinaria e unica, di farlo.
Da studenti, fallibili e incerti.
Da studenti, pieni di desiderio.

E voi, cosa avete imparato?

 

Lunedì 25 maggio

Inizio

Quando sono iniziate queste righe che scrivono di inizio?
Con la prima lettera della prima parola o con il foglio, bianco e luminoso, su uno schermo? Sono iniziate appena concluse altre righe, o mentre si scriveva d’altro? Anche quando erano soltanto pensieri o appunti sparsi da non scordare, erano già queste righe?

A volte è difficile capire dove sia l’inizio delle cose, la soglia tra il prima e il dopo, quando il prima non ha ancora in sé il suo dopo.
La prima nota di un brano musicale ha il suo attacco, e il suo attacco la sua intenzione: fino a quando si può risalire per cercare il possibile di quell’inizio, al di là e prima del suono?
C’era una volta” è l’inizio delle fiabe, ma spesso lo spirito delle fiabe sembra già racchiuso nella predisposizione ad ascoltarle, nel gesto che apre la prima pagina del libro, nella voce che si schiarisce prima di leggere, negli occhiali che si aggiustano sul naso.
A volte, quando qualcosa sta per iniziare, in un certo senso, è come se fosse già iniziata.
Una mostra inizia quando saliamo in auto per andare al museo, un viaggio quando mettiamo la sveglia la sera prima.

Questa parola, e le righe che ne scrivono, forse sono già iniziate da qualche tempo.
Forse anche i pensieri di come sarebbero stati questi giorni sono iniziati in altri giorni. Giorni che sembrano lontani o prossimi in cui, per tentativi, si provava a immaginare il dopo.
Quel dopo è la parola di oggi.
Un inizio.

 

Mercoledì 17 giugno

Respiro

La prima azione, quando si manifesta la vita.
Naturale, inevitabile.
Inspirare, espirare.
A volte affannato, a volte profondo e calmo; a volte governato dalla volontà, a volte ritmato dallo sforzo che il corpo compie, spesso “imbrigliato” nella parte superiore della cassa toracica, a volte profondo, quando il diaframma è libero, come una vela.
Un poco del mondo che ci circonda entra in noi, un poco del mondo in noi si affaccia al di fuori.
Apparentemente senza peso, senza forma, uno scambio assiduo e costante.
Inspirare, espirare.

In questi tempi è capitato di pensare al nostro respiro.
Forse perché abbiamo letto molte cose, e ne abbiamo tratto conoscenza.
Forse perché lo vediamo, quando rilascia e tende il tessuto che copre il nostro viso e quello di chi ci sta di fronte. Forse perché lo sentiamo, quando sale caldo e appanna gli occhiali. Quando porta con sé profumi e odori. Ne abbiamo fatto esperienza.
A volte, forse, sembra ci manchi, come imprigionato.
E così, comprendiamo lo sforzo, immenso, per riuscire a respirare.

Quando avvertiamo la costrizione, quando la sentiamo, forse cogliamo, dal reale, il significato metaforico – e opposto – che spesso attribuiamo a questa parola.
Ampio respiro.
Pensare ad ampio respiro, immaginare ad ampio respiro.
Qual è un pensiero ad ampio respiro che ci accompagna?
Quanto è ampio il respiro della nostra immaginazione?
L’ampiezza del respiro non sembra rimandare alla sua grandezza.
Inspirare, espirare.
Sembra rimandare alla possibilità che ha di essere libero.

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