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Rimaniamo in contatto – Le parole

Care amiche e cari amici,

in questi giorni desideriamo approfondire insieme il senso di alcune parole che abbiamo scelto in relazione all’arte, alla natura e alla musica: ci sembra un modo per ricollegarci al domani, per uscire dall’immobilità, per rendere vivo questo tempo sospeso.

Vi racconteremo della vita nel Parco, dell’arrivo della primavera, della bellezza della natura.

Vi suggeriremo un percorso “Da un metro in giù” da fare a casa, da soli o in famiglia, per ritrovare ciascuno la propria prospettiva, il proprio tempo in questi giorni di isolamento.

Per sentirci più vicini, se vorrete, iscrivetevi alla nostra newsletter!

 

Le parole

In oltre dieci anni di attività espositiva ci è capitato spesso che le opere che hanno trovato posto nelle nostre sale ci sorprendessero: per la loro bellezza, per la loro storia, per l’importanza del loro autore o della loro autrice.

Ci è capitato con Raffaello, Guido Reni, Rubens; con le tavolette di pioppo cariche di luce di Beato Angelico; con i tagli di Fontana, con Burri; con Caravaggio e con Tiepolo. E poi con Melotti, Hartung, Dubuffet. Difficile ricordarli tutti e inutile trasformarli in un elenco, magari in ordine cronologico o alfabetico.

Molto spesso la sorpresa è stata la possibilità di dialogo offerta dalle opere stesse con il contemporaneo, con noi.
L’opera d’arte si accresce di ogni possibile interpretazione e si lascia interpretare, riduce le distanze con noi, senza perdere la propria molteplice identità. Ha un suo linguaggio e un suo contesto ma ha anche la facoltà di porre domande su altri contesti e su altri tempi.
Cercare la relazione con l’opera è un modo di porsi domande sempre nuove sul presente e di accorciare la distanza che spesso ci separa dall’opera stessa e, forse, da noi.

La declinazione di questo dialogo personale avviene anche nel rapporto con la Natura, che diventa paradigma del nostro vivere.

 

Sabato 21 marzo

La distanza

Quest’immagine dei bambù del Parco, in cui i fusti sono inquadrati dal basso, ci riporta al senso pittorico della prospettiva. All’infinito, tendono a congiungersi, a convergere tutti verso la luce del sole. Nella realtà i bambù sono linee parallele che non si sfiorano.

Nella loro distanza c’è l’identità botanica del bosco: la relazione non è nel contatto, è nella solidarietà, nella comune tensione verso l’alto.

Un albero o una pianta hanno il loro posto dalla nascita: forse, cambiando prospettiva, è possibile dimenticare le distanze e scoprire un nuovo movimento.

 

 

Il futuro

Guardarsi. Due persone che si guardano escludono tutto il resto, anche l’altrui guardare il loro guardarsi.
Due persone che si guardano sono specchi di tempi differenti. Il futuro, il domani è nello sguardo dell’altro.
Una mamma sembra guardare il suo futuro negli occhi di un bimbo, che sorride al presente.
E’ come un esercizio: sedersi di fronte a una persona e guardarla negli occhi.
Serve del tempo per interrompere le risate, l’imbarazzo, le finzioni che costruiamo o comunichiamo. Talvolta così, gli occhi negli occhi, per un attimo, presente e futuro si confondono, l’altrui con il nostro.

 

 

Giovedì 26 marzo

Il silenzio

“La Maverick Concert Hall è un’incantevole sala da concerto all’aperto, situata poco a sud di Woodstock, nello stato di New York, edificata in stile rustico in modo da fondersi con l’ambiente naturale. I posti all’aperto sono più o meno quanti quelli all’interno. Querce, abeti canadesi, tsuga e noci bianchi d’America s’intromettono dolcemente nello spazio d’ascolto.
L’evento più famoso nella storia delle stagioni concertistiche alla Maverick si tenne la sera del 29 agosto 1952: la prima di 4’33” di John Cage. Il pianista David Tudor si sedette al pianoforte sul piccolo palco di legno rialzato, chiuse il coperchio della tastiera e guardò un cronometro. Per due volte, nei successivi quattro minuti, alzò il coperchio e lo riabbassò, facendo attenzione a non fare rumore, benché girasse anche le pagine dello spartito, che erano prive di note.
Ciò che il pubblico ascoltò non era puro silenzio. Diversi anni più tardi, Cage descrisse i suoni sentiti durante la performance del 1952: “Durante il primo movimento si poteva sentire il vento che soffiava fuori. Nel secondo, delle gocce di pioggia cominciarono a tamburellare sul soffitto, e durante il terzo, infine, fu il pubblico stesso a produrre tutta una serie di suoni interessantissimi, quando alcuni parlavano o se ne andavano. Nessuno rise, si irritarono quando si accorsero che non sarebbe accaduto nulla”.
Secondo Cage si trattava di un atto di framing, un incorniciare o racchiudere i suoni ambientali e involontari all’interno di un momento di attenzione, in modo da schiudere la mente al fatto che tutti i suoni sono musica. Il brano implorava una nuova comprensione della musica stessa, un confondersi dei confini convenzionali fra vita e arte”.

Tratto da Kyle Gann, “Il silenzio non esiste”, Isbn Edizioni

 

 

Da dieci anni il Castello di Miradolo ospita dei concerti.
Appuntamenti fissi, quasi rituali. La musica riempie le sale o il parco. Gli esecutori, distanti tra loro, suonano insieme senza vedersi. Una infrastruttura tecnica complessa tiene le fila di tutto, senza invadere le architetture o gli spazi. Il pubblico si muove, cammina, si aggrega in piccoli gruppi o cerca la solitudine dell’ascolto. Non ci sono sedie, quasi mai.
La musica è linguaggio del tempo e nel tempo. Ci gioca, lo affretta o sembra fermarlo.
I concerti, riflettendoci oggi, sono il tempo in cui la musica accade, il tempo che la musica si prende con noi, che lo spendiamo o lo investiamo insieme agli altri. Pubblico, esecutori, non cambia.
E’ molto difficile scrivere di musica, sempre. E’ ancora più difficile in questo silenzio.
In questi giorni si può lavorare a partiture nuove, si può studiare, si può apprezzare la bellezza dell’artigianato sullo strumento. Si possono immaginare molte cose. Si può perfino ascoltare musica.

Le parole di John Cage sono un invito ad ascoltare la musica nel silenzio di questi giorni, un silenzio differente da quello quotidiano a cui siamo abituati.

 

 

Cage amava molto Erik Satie, un compositore con uno stravagante senso dell’umorismo, una figura ai margini della musica classica della Parigi dei primi del ‘900 che si guadagnava da vivere come pianista di cabaret.

4’33” deve molto a una serie di brani composti da Satie tra il 1917 e il 1923 e raccolti sotto il nome di musique d’ameublement (musica d’arredamento o musica di tappezzeria). L’intenzione del suo autore era quella di creare una musica che “facesse parte dei rumori dell’ambiente in cui viene diffusa, che riempisse i silenzi”.
Un brano di Satie dà anche il nome al progetto artistico in residence al Castello di Miradolo: Avant-dernière pensée, il penultimo pensiero.
Il pensiero dei concerti, oggi, è il penultimo: oggi, nelle sale del Castello o nel Parco, c’è il silenzio.
Un silenzio denso da ascoltare, e che forse già conserva la musica che verrà.

Raccontateci i vosti 4’33” di silenzio in queste giornate: cosa sentite?

 

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